{"id":644,"date":"2017-10-02T22:16:23","date_gmt":"2017-10-02T20:16:23","guid":{"rendered":"https:\/\/www.laboratoripsicoanalitici.it\/alpes\/?p=644"},"modified":"2018-05-20T23:44:09","modified_gmt":"2018-05-20T21:44:09","slug":"trauma-e-perdono","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.laboratoripsicoanalitici.it\/alpes\/trauma-e-perdono\/","title":{"rendered":"Trauma e perdono"},"content":{"rendered":"<table style=\"height: 4114px; width: 575px;\" border=\"3\">\n<tbody>\n<tr>\n<td style=\"width: 559px;\"><a href=\"https:\/\/www.laboratoripsicoanalitici.it\/alpes\/wp-content\/uploads\/2017\/10\/trauma-e-perdono2.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft wp-image-647 size-medium\" src=\"https:\/\/www.laboratoripsicoanalitici.it\/alpes\/wp-content\/uploads\/2017\/10\/trauma-e-perdono2-187x300.jpg\" alt=\"\" width=\"187\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/www.laboratoripsicoanalitici.it\/alpes\/wp-content\/uploads\/2017\/10\/trauma-e-perdono2-187x300.jpg 187w, https:\/\/www.laboratoripsicoanalitici.it\/alpes\/wp-content\/uploads\/2017\/10\/trauma-e-perdono2.jpg 312w\" sizes=\"auto, (max-width: 187px) 100vw, 187px\" \/><\/a><\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td style=\"width: 559px;\">\n<table class=\"product_info\" style=\"height: 268px; width: 609px;\" border=\"0\" cellspacing=\"0\" cellpadding=\"0\">\n<tbody>\n<tr class=\"productDetailInfoTitle\" valign=\"top\">\n<td class=\"cell_1\" style=\"width: 92.4667px;\">titolo<\/td>\n<td class=\"cell_2\" style=\"width: 492.533px;\">Trauma e perdono<\/td>\n<\/tr>\n<tr valign=\"top\">\n<td class=\"cell_1\" style=\"width: 92.4667px;\">sottotitolo<\/td>\n<td class=\"cell_2\" style=\"width: 492.533px;\">Una prospettiva psicoanalitica intergenerazionale<\/td>\n<\/tr>\n<tr valign=\"top\">\n<td class=\"cell_1\" style=\"width: 92.4667px;\">autore<\/td>\n<td class=\"cell_2\" style=\"width: 492.533px;\">Clara Mucci<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td class=\"cell_1\" style=\"width: 92.4667px;\">editore<\/td>\n<td class=\"cell_2\" style=\"width: 492.533px;\">Raffaello Cortina Editore<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td class=\"cell_1\" style=\"width: 92.4667px;\">pubblicazione<\/td>\n<td class=\"cell_2\" style=\"width: 492.533px;\">2014<\/td>\n<\/tr>\n<tr valign=\"top\">\n<td class=\"cell_1\" style=\"width: 92.4667px;\">ISBN<\/td>\n<td class=\"cell_2\" style=\"width: 492.533px;\">9788860306760<\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td style=\"width: 559px;\">\n<h2><strong><span style=\"font-size: 14px;\"> Recensione di Ermelinda Di Ianni<br \/>\n<\/span><\/strong><\/h2>\n<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td style=\"width: 559px; text-align: justify;\">Sono due i tipi di trauma analizzati e approfonditi nel libro Trauma e perdono (Clara Mucci, Raffaello Cortina Editore, 2014): il trauma relazionale precoce, causato da una situazione traumatica continuativa nel tempo, e i traumi massivi, come i genocidi e la Shoah. Tali traumi sono accomunati dal fatto che avvengono per responsabilit\u00e0 umana ed hanno conseguenze pi\u00f9 gravi dei traumi dovuti a disastri naturali. L\u2019obiettivo del testo, articolato in quattro sezioni, \u00e8 mostrare cosa accade nell\u2019individuo, nelle generazioni successive e nella societ\u00e0 a seguito di questi tipi di trauma e il vertice da cui l\u2019autrice sviluppa questi temi \u00e8 quello della psicoanalisi relazionale, in cui \u00e8 considerato primario il bisogno di relazione e sicurezza; e l\u2019effetto del trauma \u00e8 la rottura del legame io-tu. In questo contesto viene valorizzato il lavoro di Ferenczi: quest\u2019ultimo, a differenza di Freud che del trauma considerava primariamente l\u2019elemento fantasmatico, era molto colpito dai traumi reali di cui erano rimasti vittima molti suoi pazienti, in particolare nelle situazioni di abuso. Il bambino aggredito sessualmente \u201crende l\u2019anima\u201d, dice Ferenczi, reagisce identificandosi per paura con l\u2019aggressore e introiettandolo. Si produce cos\u00ec una confusione tra s\u00e9 e l\u2019altro e ci\u00f2 implica l\u2019impossibilit\u00e0 di accertare la verit\u00e0. Il bambino sopravvive, s\u00ec, ma solo fisicamente. Compito dell\u2019analisi \u00e8, secondo Ferenczi, lavorare per recuperare il ricordo, confinato in una dimensione scissa, per portarlo in uno spazio empatico dove il reale pu\u00f2 trovare il suo posto e giungere alla rappresentazione verbale. L\u2019evento traumatico sembra avere le propriet\u00e0 di un oggetto straniero non assorbito, che pu\u00f2 erompere parzialmente nei sogni o attraverso flashback e immagini che ritornano ossessivamente, ma sganciate dal contesto. L\u2019Autrice sostiene che, nel caso di pazienti gravemente traumatizzati, la questione teorica della verit\u00e0 fantasmatica deve recedere sullo sfondo e la verit\u00e0 storica va ricostruita attentamente e con tatto, con tutti i correlati fisici, entro l\u2019appropriata cornice temporale e con un procedimento che avviene per cicli. Nel trauma i legami libidici con le connessioni associative, cos\u00ec come con l\u2019oggetto interno e se stessi, sono sospesi ed \u00e8 per questo che non \u00e8 possibile rappresentarli a se stessi e poi raccontare la propria storia. La vittima, per difendersi dagli orrori della mancanza di oggetto, si \u00e8 identificata con l\u2019unico oggetto disponibile, il persecutore, un oggetto cattivo. La ricostruzione del fatto reale, comunque, non pu\u00f2 aver luogo senza una ricostruzione del legame emotivo dentro la relazione con un altro essere che permette l\u2019integrazione degli affetti e dei significati connessi all\u2019evento traumatico. L\u2019alleanza tra terapeuta e paziente, presupposto per questo tipo di lavoro, \u00e8 pi\u00f9 difficile da stabilire se il paziente ha costruito con le figure parentali un attaccamento insicuro o disorganizzato. Quindi un nuovo modello di relazione con l\u2019altro deve essere sperimentato nel rapporto terapeutico, anzitutto a livello preverbale. Si \u00e8 accennato prima alla dissociazione: quando la mente fronteggia l\u2019orrore, il funzionamento psichico crolla, le funzioni affettive e cognitive sono devastate, insieme alla capacit\u00e0 di simbolizzare l\u2019esperienza. La mente ricorre ai processi dissociativi come meccanismi di chiusura per proteggere la coscienza dall\u2019inondazione di angoscia e da dolori insopportabili. Ad esempio, nel trauma relazionale infantile, il bambino si mette in una posizione di ritiro (\u201crende l\u2019anima\u201d) che lo fa diventare invisibile, in una specie di passivit\u00e0 ipometabolica dove le funzioni fisiologiche rallentano: studi recenti mostrano come in questo quadro si evidenzino alterazioni dell\u2019emisfero destro del cervello. Quest\u2019ultimo \u00e8 considerato come il substrato biologico dell\u2019inconscio umano ed \u00e8 implicato sia nella regolazione degli affetti che nel mantenimento di un coerente senso del s\u00e9 e del proprio corpo. Stati dissociativi possono ritornare in terapia, quando il contatto con un altro potenzialmente buono e disponibile pu\u00f2 essere all\u2019inizio vissuto con ansia per il timore di una perdita o con avversione e paura, distacco e diffidenza. Per questo al terapeuta sono necessari estremo tatto, empatia e massima cautela circa i tempi del trattamento. L\u2019Autrice ricorda che, come ormai dimostrato da vari studi, \u00e8 la comunicazione tra i due emisferi destri &#8211; quindi una comunicazione preverbale che passa per la voce, lo sguardo, le posture &#8211; ad essere essenziale per giungere a stabilire un canale affettivo per il contenimento delle emozioni negative in un ambiente prevedibile e rassicurante. La posizione del terapeuta in questa fase, lungi dall\u2019essere interpretativa, \u00e8 quella di una ricettivit\u00e0 non intrusiva, come l\u2019acqua che sostiene il nuotatore nella felice metafora di Balint. Non pi\u00f9 imprigionato nel mondo senza parole del trauma e posto in un ambiente dove c\u2019\u00e8 un altro empaticamente disponibile all\u2019ascolto, il paziente scopre che esiste un linguaggio per la propria esperienza. In questa fase pu\u00f2 essere addirittura utile ed opportuno dare informazioni al paziente su cosa aspettarsi in termini di effetti e sintomi o parlare dell\u2019utilit\u00e0 dei farmaci per ridurre l\u2019ansia, che pu\u00f2 essere massiccia. Ci\u00f2 che si richiede inizialmente nella terapia \u00e8 la ristrutturazione del legame tra s\u00e9 e l\u2019altro, mentre lo stato traumatico, che ancora non pu\u00f2 essere rappresentato, non verrebbe modificato dall\u2019interpretazione. Superata la fase iniziale, gli enactment rappresentano un primo passo per rendere pensabili le dinamiche del passato. L\u2019enactment \u00e8 un\u2019azione che si esprime in un evento diadico e pu\u00f2 assumere varie forme (ad esempio modificazioni del setting, scambi di gesti affettuosi), un fenomeno intrapsichico recitato sul piano interpersonale. Il terapeuta rivive gli stati traumatici del paziente per poi fungere da regolatore emotivo. Se il terapeuta si spaventa e si difende, l\u2019enactment rimane una ripetizione cieca di una relazione oggettuale patologica. Il lavoro si basa su cicli di rottura e riparazione del legame di attaccamento entro una cornice in cui aumenta la sicurezza personale. L\u2019obiettivo \u00e8 quello di ricostruire l\u2019interezza degli eventi vissuti (memorie traumatiche), di associare le componenti frammentate (emotiva, sensoriale, motoria, cinestesica, cognitiva) e permetterne l\u2019integrazione nella narrazione autobiografica del paziente. L\u2019integrazione (della perdita, del trauma, del dolore) e un nuovo senso di riparazione e ricostruzione vengono dalle parole usate per dare un nome ai vissuti corporei ed emotivi e dai sogni, nonch\u00e9 dalle esperienze fisiche di recuperata vitalit\u00e0. La mente costruisce modelli a partire dalla sua esperienza. Il nuovo evento, e quindi anche l\u2019esperienza psicoterapeutica, ha il potenziale di provocare una risposta, la ripetizione di una risposta dissociativa nei pazienti traumatizzati, o di riscrivere una traccia diversa nell\u2019esperienza di vita. I sogni, rispetto ai ricordi traumatici che irrompono come frammenti di immagini, colori o suoni, rappresentano gi\u00e0 un primo passo verso la simbolizzazione. Quest\u2019ultima, per\u00f2, non pu\u00f2 avere luogo senza un dialogo interno o un processo comunicativo e questo legame \u00e8 proprio quello che il trauma ha distrutto. Si arriva a conoscere la propria storia solo con il dirla a se stessi, a un \u201ctu\u201d interno. Ma questo nel paziente traumatizzato pu\u00f2 accadere solo se si ripristina il legame comunicativo con l\u2019altro, testimone empatico a cui consegnare la propria storia. Nel traumatizzato, a livello intrapsichico, non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 un altro interno su cui contare. Questa disperazione interna diventa un\u2019incapacit\u00e0 a comunicare con gli altri e anche con se stessi per riflettere sulla propria esperienza. In sostanza, se non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 un altro a cui dire \u201ctu\u201d, nella speranza di essere ascoltato, non si possono raccontare le atrocit\u00e0 del trauma neppure a se stessi e, quando la propria storia \u00e8 abolita, cessa di esistere anche la propria identit\u00e0. La testimonianza contribuisce a rompere questo patto con il silenzio, all\u2019interno e all\u2019esterno del sopravvissuto al trauma, ed \u00e8 anche un processo, un modo per far fronte alla perdita. Come l\u2019analisi riuscita equivale ad una nascita, cos\u00ec nella testimonianza il sopravvissuto pu\u00f2 tornare dall\u2019esilio in cui il trauma lo aveva confinato. \u00c8 ancora questo il portato per sempre trasgressivo della psicoanalisi come pratica di verit\u00e0.<br \/>\nDopo aver approfondito il tema della terapia con i pazienti traumatizzati, l\u2019Autrice si occupa della trasmissione intergenerazionale del trauma, riportando gli esiti di molti studi sulla Shoah, che, in quanto evento traumatico abbastanza lontano nel tempo, consente di poter osservare gli effetti del trauma fino alla terza generazione. Gi\u00e0 nel 1913 in Totem e tab\u00f9 Freud parlava di ereditariet\u00e0 di alcune disposizioni psichiche scrivendo che \u201cpu\u00f2 essere riuscito a generazioni successive di fare propria l\u2019eredit\u00e0 emotiva delle generazioni precedenti\u201d. Nella prima generazione di sopravvissuti alla Shoah, il sopravvissuto deve fare i conti con alcune tematiche psicologiche: lo stigma della morte, che implica l\u2019intrusione di un\u2019immagine di minaccia alla vita in grado di rompere il necessario senso di invulnerabilit\u00e0 magica che i vivi portano dentro di s\u00e9; la colpa di essere vivi al posto di un altro e nel contempo l\u2019insopportabile gioia ed eccitazione per il fatto di essere sopravvissuti; l\u2019ottundimento psichico ed affettivo che pu\u00f2 giungere fino alla forma estrema del ritiro psichico; le difficolt\u00e0 nelle relazioni dovute al tentativo di proteggersi da nuove perdite. L\u2019interessante studio di H. Kristal, egli stesso un sopravvissuto, sviluppatosi da una ricerca su pazienti traumatizzati con follow-up a distanza di 10 anni, ha evidenziato che i disturbi rimangono sempre gli stessi: depressione, disturbi del sonno, sogni traumatici ricorrenti, dolore e ansia cronici. All\u2019arrivo dell\u2019et\u00e0 anziana, per i sopravvissuti subentrano altri problemi: la vecchiaia impone che uno accetti se stesso e il proprio passato invece che continuare a rifiutarlo con rabbia. Se non si \u00e8 potuto elaborare il lutto, se si permane in un quadro psichico caratterizzato da alessitimia e anedonia, i sopravvissuti tenderanno ad un invecchiamento precoce e si registrano tassi di morte pi\u00f9 alti della media. La dolorosa separazione dagli oggetti perduti \u00e8 ci\u00f2 che la seconda generazione si incarica di prendere su di s\u00e9. Quindi nei membri della seconda generazione che chiedono aiuto possono manifestarsi disturbi come il falso s\u00e9, disturbi narcisistici, sindromi borderline, patologie schizoidi; oppure vi \u00e8 la scelta di una professione di aiuto. Gli studi sulla seconda generazione hanno mostrato che i figli adolescenti di sopravvissuti alla Shoah mostravano un bisogno eccessivo di reprimere l\u2019aggressivit\u00e0 e il senso di ribellione tipici di questa fase ed assumono un ruolo volto a ripagare i genitori delle perdite precedenti. Si pu\u00f2 ipotizzare che la traumatizzazione della seconda generazione sia dovuta al fatto che la mancanza di sensazioni della madre rende difficile svolgere i compiti materni con sensibilit\u00e0 e sollecitudine; sar\u00e0 quindi il bambino a cercare di empatizzare con lei con notevole stress psichico e fisico. Questi figli sono i cosiddetti \u201cfigli della sostituzione\u201d: ci sar\u00e0 sempre qualcuno che vede in loro qualcun altro. \u00c8 una forma di ripetizione che priva il figlio della libert\u00e0 e lo condanna ad una sorta di destino. Alcuni disturbi e sintomi che sembravano psicotici possono essere letti come parti di storie cancellate dai genitori. Si rileva inoltre una sorta di concretismo del linguaggio e la mancanza di uso della fantasia: le condizioni atroci dei campi di concentramento hanno danneggiato la capacit\u00e0 dell\u2019Io di pensare simbolicamente e metaforicamente, generando il concretismo senza tempo nel funzionamento psichico della seconda generazione. Nella terapia si promuover\u00e0 un passaggio dal concretismo al funzionamento metaforico passando per una fase di comune accettazione della realt\u00e0 dell\u2019Olocausto. I figli si trovano a reagire inconsapevolmente ad uno scenario che appartiene alla storia familiare senza avervi mai preso parte e i sintomi sono eco del \u201cdiscorso\u201d del genitore, anche quando questo discorso \u00e8 fatto di silenzio su quanto vissuto. Quando questi figli incontrano traumi nelle loro vite, tendono a reagire secondo immagini interiori, minacce mentali e terrori che appartengono ad un passato non loro. Quando si attivano questi enactment, il terapeuta pu\u00f2 cogliere in queste reazioni un\u2019opportunit\u00e0: la momentanea disregolazione e rottura tra paziente e terapeuta, se seguita dalla riparazione, pu\u00f2 rappresentare l\u2019occasione per un movimento in avanti della cura. Il figlio del sopravvissuto, quindi, grazie al suo ruolo di ascoltatore empatico, soffre una traumatizzazione vicaria. Perfino i sogni del paziente di seconda generazione (i figli che sognano i sogni dei propri genitori) sono da considerare come una riattivazione per via fantasmatica del trauma stesso e al contempo, in quanto sogni, manifestano forme di rielaborazione del trauma. La difficolt\u00e0 in terapia consiste nel districare il genitore interno dal figlio. La traccia dell\u2019esperienza traumatica nel figlio pu\u00f2 essere mediata dall\u2019immaginazione e pertanto divenire accessibile all\u2019interpretazione psicoanalitica. L\u2019Autrice riporta anche gli studi sugli effetti della Shoah sulla terza generazione. Anche se i risultati dei vari studi non concordano, si pu\u00f2 comunque ipotizzare che, mentre la seconda generazione subisce una traumatizzazione fantasmatica, nella terza, qualora non vi sia stata risoluzione in precedenza, l\u2019elaborazione del trauma \u00e8 forclusa e possono manifestarsi sintomi pi\u00f9 gravi. Fonagy, nella sua ricerca, aggiunge un altro elemento interessante, collegando la traumatizzazione con l\u2019attaccamento: il caregiver che presenta un lutto non risolto pu\u00f2 avere problemi nello stabilire una buona relazione con il bambino e causare un attaccamento disorganizzato. Quest\u2019ultimo si esprime in un comportamento evitante ed ipercontrollante e le fantasie traumatiche inconsce trasmesse alla terza generazione formano un nucleo dissociato. La tecnica appropriata consiste nel rendere accessibili e poi esprimibili affetti e sentimenti (disperatamente dissociati) nella cornice calda e rassicurante del setting dove poter costruire una nuova relazione di attaccamento. Al termine del libro, l\u2019Autrice approfondisce il tema delle risorse che consentono di andare \u201cal di l\u00e0 del trauma\u201d. Partendo dal presupposto che la forza del legame sia ci\u00f2 che protegge il soggetto dal perire psichicamente in un\u2019esperienza estrema come il trauma, la Mucci sostiene che il recupero ha a che fare con la ricostruzione del legame interno tra s\u00e9 e l\u2019altro. La relazionalit\u00e0 (connectedness), quindi la possibilit\u00e0 di fare appello ad un \u201cnoi\u201d, l\u2019empatia e l\u2019avere consolidato uno stile di attaccamento sicuro rendono possibile tale percorso. Viene inserito anche lo spinoso concetto del perdono, da intendersi per\u00f2 come il segno che un profondo lavoro sul s\u00e9 \u00e8 stato compiuto, il lutto \u00e8 stato elaborato, profondi livelli di riparazione sono stati effettuati (integrazione delle proprie parti interne scisse tra vittima e persecutore), l\u2019apertura e la speranza del soggetto nel futuro e nell\u2019umanit\u00e0 in generale sono state ripristinate e sono stati abbandonati i desideri di vendetta e rivendicazione. Il perdono \u00e8 la prova che il s\u00e9 \u00e8 andato oltre il tormento dell\u2019essere in balia del persecutore. Il perdono di cui parla l\u2019Autrice ha s\u00ec una dimensione intersoggettiva, ma non \u00e8 richiesta, necessaria e a volte nemmeno pensabile la relazione con il colpevole. Inoltre non cancella la consapevolezza del male subito, ma libera la vittima dal legame con il passato. In estrema sintesi, dopo la ricostruzione del legame con l\u2019altro, il passo successivo per il paziente \u00e8 mettere in parole la propria esperienza, poi avviene la riconnessione di affetti inconsci e dissociati, in una fase che conduce dall\u2019intrapsichico al relazionale, grazie ad un terapeuta empaticamente presente. Al contempo, il paziente imparer\u00e0 a lasciar andare il piacere sadico del rimanere ancorato alla propria rabbia e all\u2019esercizio illusorio del controllo sull\u2019altro (persecutore o persecutore internalizzato), superando un senso di impotenza che sar\u00e0 rimpiazzato da un senso di libera volont\u00e0 e di agency.<\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>titolo Trauma e perdono sottotitolo Una prospettiva psicoanalitica intergenerazionale autore Clara Mucci editore Raffaello Cortina Editore pubblicazione 2014 ISBN 9788860306760 Recensione di Ermelinda Di Ianni Sono due i tipi di trauma analizzati e approfonditi nel libro Trauma e perdono (Clara Mucci, Raffaello Cortina Editore, 2014): il trauma relazionale precoce, causato da una situazione traumatica continuativa [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_et_pb_use_builder":"","_et_pb_old_content":"","_et_gb_content_width":"","footnotes":""},"categories":[13],"tags":[],"class_list":["post-644","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-recensione"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.laboratoripsicoanalitici.it\/alpes\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/644","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.laboratoripsicoanalitici.it\/alpes\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.laboratoripsicoanalitici.it\/alpes\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.laboratoripsicoanalitici.it\/alpes\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.laboratoripsicoanalitici.it\/alpes\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=644"}],"version-history":[{"count":5,"href":"https:\/\/www.laboratoripsicoanalitici.it\/alpes\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/644\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":691,"href":"https:\/\/www.laboratoripsicoanalitici.it\/alpes\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/644\/revisions\/691"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.laboratoripsicoanalitici.it\/alpes\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=644"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.laboratoripsicoanalitici.it\/alpes\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=644"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.laboratoripsicoanalitici.it\/alpes\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=644"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}