Titolo della pubblicazione: Sei tu mia madre?

Sottotitolo: Un’opera buffa

Autore: Alison Bechdel

Editore: Rizzoli Lizard

anno di pubblicazione: 2012

ISBN: 9788817058667

Recensione a cura di Silvia Liberati
In Sei tu mia madre? Un’opera buffa, per i tipi di Rizzoli Lizard, Alison Bechdel recluta il lettore in un impegnativo percorso nella sua autobiografia, che come in un gioco di specchi, riflette sul rapporto con la madre, raccontando della stesura dell’autobiografia in cui riflette sul rapporto con il padre, Fun Home. Una tragicommedia familiare.Una graphic novel che, desaturata nelle tinte ed essenziale nel tratto, sembra assumere una caratteristica di narrazione sostanzialmente catartica, con l’implicita pretesa di rendere il lettore complice della sua elaborazione.Il racconto si snoda all’interno del travagliato rapporto con la madre che viene messa di fronte alla notizia che sua figlia sta scrivendo una storia illustrata sul padre, nel quale viene reso manifesto e pubblico il loro infelice rapporto di coppia, la sua dichiarata omosessualità e il suo suicidio.Con un andamento da seduta analitica, i sette capitoli sono introdotti ognuno da un sogno della Bechdel che poi trova nel racconto che ne segue una via interpretativa esaustiva ed illuminante che si conclude con l’eco della mente impegnata nel compito della riflessione.La psicoanalisi in verità è un elemento centrale di tutta la novella, che è piena di richiami alle teorie Winnicottiane, a partire dal titolo di ogni capitolo, e Freudiane, ma che non disdegna dotte citazioni di altri illustri analisti.Winnicott, in particolare, sembra essere la chiave di volta del suo lavoro, il sostegno che le ha permesso di intraprendere la via della elaborazione attraverso la divulgazione come fosse necessario rendere manifesta una nudità ed un disarmo con la recondita aspettativa di comprensione ed appoggio da parte di una collettività, altrimenti irraggiungibile.A Fun Home segue, cinque anni più tardi, Sei tu mia madre?, ed in quest’ordine sembra una resa dei conti, verso il padre e la madre, ma senza desideri di rivalsa, solo con la ricerca di una forma elaborativa più affine all’oggetto da elaborare: così, mentre Fun Home persegue riferimenti letterari, con la sensazione che l’autrice voglia elaborare il rapporto col padre attraverso una caratterizzazione del personaggio, in Sei tu mia madre? il ricorso alla psicoanalisi, ed anche alle sue personali analisi, sembra essere, in una ideale scala evolutiva del trauma, una forma che la richiama ad una maggiore responsabilità personale del lavoro che l’aspetta. La sua stanza di analisi rimane aperta al lettore, restituendogli alle volte anche un senso di pudore o comunque l’impressione di origliare impropriamente contenuti che avrebbero dovuto essere intimi.Ma è proprio questa la posizione che l’autrice invita ad assumere nella lettura, rendendo il lettore complice del suo lavoro analitico ed offrendo la possibilità di creare un rapporto tanto speciale e di vicinanza con la novella.I giudizi, spesso spietati verso la madre, che però nel racconto è anche tanto compresa nel suo non poter essere stata la madre desiderata dalla figlia e neanche la donna desiderata da se stessa, rendono la sua esperienza affettiva potabile: c’è una facilità a sentirsi rappresentati da questo sguardo sul materno, perché nella sua dolorosa durezza non può non essere che teneramente sincero.Compagno di viaggio, sempre presente, è Winnicott, che ha tutte le risposte, sa tutte le strade e scioglie ogni nodo, ed in questa forma idealizzata sostiene e foraggia un lavoro coraggioso di elaborazione del rapporto con un materno che sfugge ad ogni desiderio di riparazione, costringendola a tornare alla propria ferita.La ricerca della madre si snoda con compostezza a partire dalla perdita dell’incanto di una Allison bambina, passando per la rabbia nutrita nei confronti dei suoi genitori, constatando l’attualità del danno patito e l’incomunicabilità con una madre insufficientemente presente al suo ruolo, fredda verso i suoi bisogni, comunque ostracizzati.L’impossibilità ad identificarsi con quella madre sfuggente e narcisisticamente ripiegata su di sé ed il tentativo di Allison di sfuggire alla minaccia dell’ombra e dell’oblio che la sua condizione di femmina sembra riservargli, forse sono anch’essi i motori di questa messa in opera.Una vena ironica percorre tutto il racconto che così non cede mai all’autocommiserazione.Piuttosto la narrazione, che in un crescendo rinnova continuamente le interpretazioni e le attribuzioni di significato, ad un certo punto incontra la sua epifania nella accettazione della umana sorte di dover ridimensionare le proprie aspettative alla realtà, “[…] Qualunque cosa volessi da mia madre, lei non poteva darmela e basta, non era colpa sua. E quindi non era colpa mia se non ero in grado di suscitarla. […]” (p. 228), e nell’incontro con il limite e con il lutto, trova la possibilità di riconoscere il confine.Il confine, infine, designa l’identità.